Almagioni

Tecnologia, dati e relazioni

In un’epoca in cui ogni clic lascia una traccia, ogni relazione può essere coltivata anche a distanza e ogni dato ha una storia da raccontare, il fundraising ha bisogno di strumenti che siano più che semplici contenitori: deve avere sistemi capaci di leggere le persone dietro ai numeri. CRM, database, intelligenza artificiale sono parole che hanno fatto tremare più di un fundraiser. Ma cosa succede se iniziamo a vederle non come strumenti freddi, ma come alleati che ci permettono di costruire relazioni più solide ed efficaci? Fare fundraising oggi non significa solo chiedere. Significa conoscere, coltivare, coinvolgere. E per farlo servono dati e, soprattutto, serve saperli leggere, interpretarli e usarli con intelligenza. 

È qui che entra in scena Alberto Almagioni, uno dei massimi esperti di Database, dati e CRM, nonché docente del Master in Fundraising da diversi anni. Pioniere delle soluzioni tecnologiche per il Terzo Settore, attualmente ricopre il ruolo di Responsabile CRM presso la Fondazione Paideia, ma il suo curriculum parla da sé. 25 anni come IT Project Manager in Emergency e poi CRM e IT Manager in Dynamo Camp, accompagna le organizzazioni nonprofit nell’uso consapevole della tecnologia, dei dati e dell’intelligenza artificiale. In questa intervista ci accompagna in un viaggio che si interseca tra online e cuore del fundraising: le persone. Sottolinea l’importanza di una visione strategica e ci invita a una nuova consapevolezza: la tecnologia non è il nemico dell’umanità del nostro lavoro. È il ponte per portarla più lontano.

Da poco hai iniziato una nuova esperienza professionale con la Fondazione Paideia. Cosa ti ha spinto verso questa realtà?

Tutto nasce da una collaborazione tecnica: mi hanno chiesto di lavorare su un progetto legato alla gestione dei dati, esattamente il mio lavoro, ed è lì che si è creata la relazione. Ho aiutato a rendere più strategico il loro sistema informativo. Poi, come spesso succede, il lavoro ha fatto nascere una relazione più profonda, e da lì abbiamo deciso di iniziare un percorso insieme. Paideia mi ha affascinato anche per il nome, certo, da ex liceale classico il richiamo è potente, ma sono state soprattutto le persone a convincermi. L’ideale prende forma concreta proprio nelle persone con cui scegli di lavorare. Ho lavorato anche in Emergency, il cui nome richiama, appunto, l’emergenza, ma che in realtà fa molto di più: sviluppo, formazione, eccellenza sanitaria. I nomi sono importanti, ma sono le persone e i valori che fanno davvero la differenza.

C’è una certa resistenza nel nonprofit verso parole come “database”, “CRM”, “intelligenza artificiale”. Da dove dovrebbe partire, secondo te, un’organizzazione che vuole evolversi?

Partiamo dal presupposto che il cambiamento fa paura per natura. Tuttavia, ogni innovazione nel corso della storia ha richiesto anche del tempo per essere accettata. L’IA sembra qualcosa di spaventoso al giorno d’oggi, quasi di pericoloso a volte, ma in realtà esiste da decenni. Il problema, come molti sanno, non sono mai gli strumenti che noi utilizziamo, ma l’uso che noi facciamo di essi. Se non abbiamo un’etica o una visione, gli strumenti non amplificano niente, se non il vuoto. Ma se li usiamo bene, allora possono davvero diventare acceleratori di empatia e di relazione. Bisogna partire da qui, come usare queste nuove tecnologie nel modo più corretto e consapevole possibile. In questo modo, allora, ci sarà una vera crescita. 

Quindi l’algoritmo non sostituisce la relazione, ma la potenzia?

Esattamente. Prendiamo, ad esempio, i commenti che le persone lasciano quando si disiscrivono da una newsletter. Sono una miniera d’oro, ma chi ha tempo di leggerne 500? L’IA può farlo per te, può individuare pattern, emozioni latenti, spunti di miglioramento. E poi sei tu, persona, che decide cosa farne. La responsabilità resta umana. È l’essere umano che decide se usare questi strumenti per costruire relazioni vere o per manipolare. Possiamo usare i dati per cogliere ciò che il donatore non ci dice apertamente, per leggere tra le righe. Non è un’alternativa all’empatia umana, ma un modo per potenziarla.

In un certo senso, potremmo dire che un buon fundraiser oggi deve avere anche una certa dimestichezza con la tecnologia?

Senza dubbio. Ma attenzione: non si tratta di diventare tutti programmatori. Si tratta di comprendere che dietro ogni click c’è una persona. Il fundraiser del futuro sarà sempre più una figura capace di muoversi tra dati e relazioni, tra strumenti digitali e ascolto. L’empatia resta centrale, ma anche l’alfabetizzazione digitale è un atto importante verso il donatore.

Secondo te, qual è l’errore più comune che una nonprofit commette nella gestione dei dati? E qual è il consiglio più semplice che ti senti di dare?

L’errore più diffuso è considerare i dati esclusivamente dal punto di vista economico. Si tende a focalizzarsi solo sui numeri legati alle donazioni, quanto ha donato una persona, quanto vale un contatto, dimenticando che i dati raccontano molto di più. Sono uno strumento per conoscere, comprendere, relazionarsi. Se li si guarda solo con la lente del denaro, si perde tutta la parte relazionale, strategica e organizzativa che invece è fondamentale nel fundraising. C’è poi un errore ancora più basilare: non gestirli affatto, oppure farlo in modo disorganizzato, senza processi né strumenti adeguati. La tecnologia in questo senso non è un ostacolo, è un alleato, e oggi è semplicemente necessaria per lavorare bene. Il consiglio più semplice, ma spesso sottovalutato, è ripensare l’approccio alla privacy, che spesso viene vista come un ostacolo, una complicazione, una seccatura burocratica. In realtà, se ben interpretato, il GDPR è un manuale utilissimo per capire come funzionano i nostri processi interni, per gestire in modo chiaro e responsabile solo i dati davvero necessari e utili. Non è una perdita di tempo, è un’opportunità per semplificare, mettere ordine, e costruire un sistema più efficiente e sostenibile. Cambiare mentalità su questi aspetti è il primo passo per usare davvero i dati in modo consapevole, strategico e più umano.

Da docente, quando conta la componente tecnica e quanto invece l’attitudine?

Nel percorso di un fundraiser la componente tecnica conta moltissimo, ma non nel senso di “saper usare un database” in modo operativo. Il punto vero è capire il valore e il ruolo degli strumenti nel lavoro quotidiano di chi fa fundraising. Non tutte le organizzazioni affrontano seriamente questo tema. Eppure senza strumenti adeguati – CRM, database, tracciamento, automazioni – non stai facendo davvero fundraising, stai facendo comunicazione e narrazione. Che sono una parte importante, certo, ma sono solo una parte. Il fundraising ha bisogno anche della gestione, del monitoraggio, della relazione continuativa con il donatore. Un esempio chiaro è quello del ringraziamento: come puoi ringraziare se non sai chi ha donato? Come puoi ricontattare un donatore se non hai tracciato le sue preferenze, la sua storia, i suoi dati? Come puoi costruire una relazione se ogni volta riparti da zero? La parte tecnica serve proprio a questo: a rendere possibile, strutturato e scalabile il lavoro di relazione. E qui entra anche l’attitudine: serve curiosità, apertura mentale, volontà di capire, non tanto come funzionano i software, ma perché servono. Spesso la tecnologia viene vista come una “scatola nera”, come qualcosa di troppo complicato o addirittura magico. Ma non è così: è uno strumento, non un fine, e va scelto con criterio. L’ultima cosa da guardare è il prezzo. Prima bisogna capire di cosa hai bisogno, come lavori, cosa vuoi ottenere. Solo così puoi investire in modo intelligente, e non semplicemente “spendere”.

Tu insegni anche al Master in Fundraising: cosa cerchi di trasmettere agli studenti?

Cerco di trasmettere consapevolezza. La tecnologia non è neutra, e non è nemmeno un semplice strumento da “imparare a usare”. È un contesto, una cultura, un linguaggio che incide profondamente su come lavoriamo, su come prendiamo decisioni e su come costruiamo relazioni nel fundraising. Bisogna conoscerla per non subirla. Saperne abbastanza per scegliere, per capire cosa serve davvero e cosa no. Questo vale per tutto: dal CRM all’intelligenza artificiale, dalla gestione dei dati ai processi organizzativi. Al Master in Fundraising lavoriamo molto su questo. Cerchiamo di dare strumenti concreti, certo, ma anche un approccio critico, consapevole, pratico. Perché usare bene un database non significa “riempire campi”, ma costruire relazioni nel tempo. E usare l’intelligenza artificiale non significa affidarsi a una “macchina magica”, ma capire come può potenziare il nostro lavoro senza mai sostituire la parte umana. Un fundraiser oggi è un professionista completo: conosce le cause, ma anche i processi. Sa parlare ai donatori, ma anche leggere i dati. E sa che la tecnologia non sostituisce l’empatia, ma può aiutarci a esercitarla meglio, se la usiamo con intelligenza.

Lavorare nel nonprofit è una scelta che parte dal senso, dai valori. Ma non basta la passione: servono metodo, competenza, visione. E soprattutto, tanta voglia di mettersi in discussione, di imparare cose nuove, di lavorare in modo trasversale. Niente frasi fatte, niente tecnicismi inutili: solo esempi reali, esperienza sul campo e una visione lucida su come gli strumenti digitali possano supportare il lavoro quotidiano di chi raccoglie fondi.

Perché il fundraising basato sui dati non è freddo o impersonale. È semplicemente più efficace. E se vuoi imparare a farlo bene, con metodo e con le competenze giuste, il Master Universitario in Fundraising è il posto giusto da cui iniziare.